martedì, 18 marzo 2008

no oli

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domenica, 13 gennaio 2008
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sabato, 22 dicembre 2007
Dopo la pubblicazione di un paio di post sulle telefonate intercettate tra padroni del circo, prestigiatori, nani & ballerine, tutte col tag: “cronache marziane”, ho ricevuto delle vibratissime proteste da una delegazione di omini verdi, dai contorni orripilanti, con una peluria in testa che ricorda il campo di patate che sovrasta la cresta di Berlusconi , con dita affilate ed ossute , che indicavano il mio apparecchio telefonico, cantilenando: <telefono…casa!>
Si sono mostrati molto offesi dal fatto che avessi utilizzato un tag, col quale si faceva riferimento “a casa loro” per incresciose italiche situazioni, quando è notoria la probità, la correttezza e la civiltà della loro vita pubblica.
Non sono stato in grado di ribattere.
In effetti, le ultime vicende del circo Barnum hanno superato i confini della dignità marziana.
Pertanto, da oggi, eventuali altri post sull’argomento, verrano titolati come “cronache circensi”. Spero di non urtare la suscettibilità dell’Associazione Nazionale Circhi: ne avrebbero ben donde.
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sabato, 15 dicembre 2007

Riporto integralmente dal sito di Repubblica.it per ricordare a me ed agli altri le condizioni di emarginazione e sopraffazione sociali-culturali ed economiche nelle quali affonda il Tibet e la vigliaccheria delle massime istituzioni italiane (leggi Prodi e Napolitano) e della Chiesa (alias il Papa) che hanno rifiutato di ricevere il Dalai Lama.

***

L'intervista. Leader spirituale e simbolo politico: né il governo né il Papa
l'hanno ricevuto. E lui replica così: "Mi dispiace se sono ingombrante"

Il Dalai Lama: "Italia, i miei rimpianti. Non boicottate le Olimpiadi in Cina" di ANAIS GINORI

<B>Il Dalai Lama: "Italia, i miei rimpianti<br>Non boicottate le Olimpiadi in Cina"</B> 

ROMA - "In Tibet è perfino proibito pronunciare il mio nome". Il Dalai Lama, in questi giorni a Roma, parla delle persecuzioni del governo cinese nei confronti dei buddisti ("hanno tolto qualsiasi riferimento alla religione, è proibito fare pellegrinaggi"), nega di voler puntare all'indipendenza del Tibet ed esprime rammarico per non avere potuto incontrare Benedetto XVI. "Il Papa però rappresenta una importantissima spiritualità e la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi". Perché non ha incontrato il governo italiano? "Chiedetelo a loro" ribatte con un sorriso disarmante.

"Sono ingombrante, che posso farci?". Piedi scalzi, seduto in posizione yoga e avvolto nella sua tunica giallo-arancione, "Oceano di Saggezza" ha modi semplici, informali. Stringe la mano con convinzione, fa spazio dentro alla suite dell'hotel Exedra di Roma. Eccoci dice, go on, parliamo. Perché non ha incontrato il governo italiano? "Già, perché? Chiedetelo a loro" ribatte, con il suo solito, disarmante sorriso. L'icona mondiale del pacifismo, 72 anni di cui 48 passati in esilio, torna serio. "Me ne dispiace. Un piccolo rimpianto c'è anche per non aver visto il Papa. Ma se ha trovato qualcosa di sconveniente, nell'incontrarmi, per me va bene, non c'è problema. Il Papa però rappresenta un'importantissima spiritualità. E la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi".

Sua Santità, crede che le pressioni della Cina abbiano condizionato il governo italiano?

"Ovunque io vada, cerco sempre di non recare disturbo, quindi se provoco imbarazzo a qualche governo rispondo "Ok, nessun problema". Non sarò certo io a protestare. Il mio obiettivo più grande è la promozione dei valori umani e l'armonia tra le religioni. Ecco, l'unica cosa che mi sento di dire è forse che anche i governi e i leader politici dovrebbero fare qualcosa di più per promuovere i diritti umani e i valori (ride)".


Lei ha parlato più volte di un genocidio culturale in Tibet.
"Nel nostro paese, è vietato tenere una statua di Budda in casa, o esibire qualsiasi oggetto religioso. E' proibito fare pellegrinaggi ai templi. Nelle scuole, le autorità cinesi hanno tolto ogni riferimento alla religione, mentre nei monasteri buddisti sono incominciati gli indottrinamenti politici, divisi in punti. Il primo punto è quello che invita a criticare il Dalai Lama".

In Tibet è addirittura proibito pronunciare il suo nome, giusto?
"Hanno anche tolto tutte le mie fotografie. Ma non fa niente. La cosa fondamentale è che nel nostro paese c'è un'insofferenza sempre maggiore e che qualsiasi manifestazione di protesta o critica alle autorità cinesi viene repressa con la violenza. Arresti e torture sono all'ordine del giorno. I tibetani vengono trattati come cittadini di seconda classe nel loro stesso paese. Anzi, come animali da bastonare, a cui è negata qualsiasi dignità".

Le capita di provare rabbia o frustrazione?

"Non sono abituato a lasciarmi andare a questi sentimenti. E' molto meglio rimanere calmi, proteggere la propria pace mentale".

La Cina l'accusa di essere un leader politico che cerca l'indipendenza, un separatista.
"Sono accuse calcolate, perché da tempo i cinesi sanno che non cerchiamo l'indipendenza. Purtroppo è ormai chiaro che è in atto una strategia di denigrazione nei miei confronti. Volontaria e costante".

Se non cercate l'indipendenza, quali sono gli ostacoli per trovare un accordo con Pechino?

 

"Dal 2001 ci sono stati sei incontri tra la nostra delegazione e il governo cinese. Fino all'anno scorso, nel nostro penultimo colloquio, avevamo fatto molti progressi. Nella primavera 2006 sono invece ricominciate le accuse nei miei confronti e la repressione all'interno del Tibet. Prima dell'estate, durante il nostro ultimo incontro, Pechino ha rotto il dialogo. Dicendoci soltanto: "Non c'è nessuna questione aperta sul Tibet". Oggi devo ammettere che la situazione è molto critica, difficile. Da parte nostra nulla è cambiato. Siamo sempre in cerca di un riconoscimento della nostra autonomia, all'interno della Costituzione della repubblica popolare cinese".

E' a favore del boicottaggio delle Olimpiadi?
"No. Da subito, mi sono pronunciato contro il boicottaggio. La Cina è un grande paese, si merita le Olimpiadi. Penso però che per essere un buon ospite, Pechino dovrebbe prestare più attenzione alle preoccupazioni di governi e Ong sulle violazioni di diritti umani, libertà religiosa e di espressione, e sul rispetto dell'Ambiente".

Cosa possono fare i governi occidentali per aiutare la causa tibetana?
"La mia opinione su questo è che la Cina non deve essere isolata dalla comunità internazionale. E se guardiamo all'economia, l'integrazione dei cinesi è già nei fatti, ma non è sufficiente. Il mondo libero ha la responsabilità morale di portare la Cina nell'ambito della democrazia. La relazione economica deve essere un'amicizia alla pari, in cui vengono tenuti fermi i valori delle società aperte e democratiche. Se ci si presenta solo per fare affari, ripetendo unicamente "Sì, ministro", allora si rischia di perdere la faccia, e anche il rispetto dei cinesi".

Se non fosse stato un Dalai Lama, cosa avrebbe fatto?
"Ma è impossibile! Un sogno! (ride) E' vero però che la mia mente è molto scientifica. Anche Mao Zedong me lo aveva detto. Forse avrei fatto qualche mestiere attinente alla meccanica".

E' vero che ama riparare i motori?
"Certo, usando gli attrezzi e sporcandomi le mani di grasso. Quando ero giovane, però. Ora non lo faccio più".

Come sarà scelto il prossimo Dalai Lama?
"Ci sono tre opzioni. La prima, prevede che il mio successore sarà eletto con una procedura simile a quella del Papa, scelto da un conclave di religiosi. La seconda, potrebbe essere la scelta del Dalai Lama prima della mia morte. E' già successo. Infine, è possibile la mia reincarnazione, dopo la mia morte. In questo caso, se morirò in esilio, la mia nuova reincarnazione dovrà portare a termine quello che non ho potuto fare in questa vita. E quindi il prossimo Dalai Lama nascerà fuori dalla Cina".

I cinesi potrebbero scegliere loro il suo successore, come già è accaduto per il Panchen Lama.
"Se fosse così non sarebbe un Dalai Lama, ma soltanto un pupazzo (ride). Speriamo non lo facciano, anche se lo temo: i nostri fratelli e sorelle cinesi sono molto furbi e amano complicare le cose (ride)".

E lei si ricorda il momento in cui è stato riconosciuto come la quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama?
"Avevo due anni, vivevamo in un remoto villaggio del Tibet orientale. Mia madre racconta che nei giorni precedenti all'arrivo della delegazione in cerca del nuovo Dalai Lama, ero stranamente eccitato. Poi quando i lama arrivarono, corsi verso di loro e riconobbi come miei gli oggetti del precedente Dalai Lama. E dopo due giorni, mentre andavano via, mi misi a piangere. Un comportamento molto strano: quale bambino vuole seguire degli estranei, invece che rimanere con la propria madre? (ride)".

Non deve essere stato facile diventare improvvisamente, così piccolo, un Dio Re.
"Fortunatamente, venivo trattato come un bambino normale. Durante le cerimonie ero sul trono, ma quando giocavo con gli altri bambini ero uno di loro. Mi capitava spesso di perdere, e mi arrabbiavo parecchio. La sera, ci sedevano in cerchio a bere tè, mangiando zuppe. Mi ricordo che guardavo con invidia la ciotola degli inservienti, molto più grande della mia (ride). Noi bambini ci raccontavano storie di fantasmi, che di notte mi terrorizzavano (si copre gli occhi e ride). Ero davvero un bambino come gli altri, felice. Se io e mio fratello facevamo capricci per non studiare, il maestro ci prendeva a frustate. L'unica differenza era che il frustino per me era giallo, del colore sacro. Il dolore, però, era lo stesso! (ride)".

Durante l'adolescenza, il suo paese è stato invaso e lei si è ritrovato a trattare con il Grande Timoniere, Mao Zedong.
"Lo incontrai nel 1954 a Pechino. Mi trattò come un figlio, mi diede consigli. Mi aveva quasi convinto ad iscrivermi al partito comunista. Ancora adesso mi considero metà buddista, metà marxista. Davvero, credo che il marxismo sia ancora la chiave di una giustizia sociale ed economica".

Eppure nel marzo 1959 dovette scappare dal Tibet, in piena notte e a dorso di uno yak.
"Dal palazzo reale di Potala vedevo l'artiglieria cinese avanzare. Non ho scelto l'esilio, sono stato costretto. E adesso è quasi mezzo secolo che sono un homeless, un senza casa, per fortuna ho trovato tanti amici all'estero, anche in Italia (ride)".

Ha voglia di esprimere un desiderio per il 2008?
"Spero che la Cina si aprirà al mondo, con fiducia e speranza".

 

 

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martedì, 04 dicembre 2007

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Amref e la campagna Fai volare i Flying Doctors (Medici volanti)

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Il Servizio dei Flying Doctors  (Medici Volanti) dell'Africa Orientale fu fondato nel 1957 in Kenya, da tre chirurghi ricostruttivi: Sir Michael Wood, Sir Archibald McIndoe e il Dott. Thomas Rees.
La loro idea era quella di garantire cure sanitarie alle popolazioni delle aree rurali, dove i servizi sanitari, allora più di oggi, erano molto scarsi. L'unico modo per intervenire era di raggiungere zone in aereo, in quanto le distanze e le condizioni stradali erano, e sono ancora, un serio ostacolo ad un rapido intervento medico.
Inizialmente i Flying Doctors fornivano chirurgia d'emergenza.
Ma fu presto evidente che, nelle zone più remote, esisteva anche un grande bisogno di cure sanitarie di base e di interventi e consultazioni specialistiche regolari.
Così nacque lo Specialist Outreach Service (S.O.S.) e fu così che medici specialisti, iniziarono ad essere trasportati regolarmente, con un aereo, verso le aree più isolate e remote, per garantire assistenza medica specialistica e svolgere formazione del personale locale.
Dai primi anni ottanta, il programma si è gradualmente diffuso, ha preso forma, ed oggi si è esteso fino a coprire un’area sempre più vasta, che comprende molti ospedali, in luoghi remoti del Kenya, Uganda, Tanzania, Somalia, e Sudan meridionale.

Gli obiettivi fondamentali del servizio S.O.S. rispondono oggi a nuove necessità, pur essendo, nella sostanza, sempre in sintonia con le aspirazioni dei fondatori. L’attività dei Flying Doctors mira a fornire, regolarmente, cure mediche, specialistiche e chirurgiche, a tutti i pazienti con problemi che il personale medico locale non è in grado di risolvere.
(testo tratto dal sito stile.it)
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martedì, 04 dicembre 2007
Siamo alla vigilia delle festività natalizie. Lo smog è alle stelle. Il centro intasato da un tappeto compatto di autovetture (chissà perché Palermo è “capitale europea” solo in campagna elettorale, per poi tornare ad essere metropoli da terzo mondo nella quotidianità: la sola il cui centro storico è sotto il ricatto degli automobilisti e dei commercianti).
Le vetrine dei negozi (per l’appunto!), sfavillanti di luci e di colori, espongono a prezzi raddoppiati i fondi di magazzino.
Pure il mio benzinaio ha esposto un festone illuminato, col quale augura buone feste ai malcapitati clienti.
Cosa avrà da augurarci che, oramai, andiamo a fare il pieno armati di carte di credito ed assegni, che con i canonici venti euro possiamo solo fare il gas all’accendino?
Persino il mio portiere, di solito ringhioso come un bulldog in cattività, in questo periodo si prostra in salamelecchi e catafotte “dottore” a tutti quelli che gli capitano a tiro, ragazzini che consegnano la spesa compresi.
Come dire: si prepara l’assalto alle nostre, sempre più striminzite, tredicesime.
Noi, anche quest’anno, abbiamo dispiegato i nostri anticorpi.
Pensierini affettuosi e poco costosi per i nostri familiari, scelti con calma nel corso dell’anno, a prezzi non natalizi.
Ricercate cartoline d’auguri per gli amici.
Ed un pensiero speciale a chi ha più bisogno di noi.
Perché donare il decimo costosissimo profumo alla nonna, che andrà a fare compagnia agli altri nove in fondo al cassetto? Perché regalare l’ottava cravatta al papà, che non ne indossa una dall’epoca del matrimonio della zia, vent’anni fa?
Meglio un piccolo, ma concreto, gesto di solidarietà.
Un gesto in favore di chi è in difficoltà. Domani potremmo essere noi ad avere bisogno di qualcuno che ci porga la mano.
Ognuno si regoli come vuole, purchè sottovoce. Discretamente.
Buone feste.
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