Una mina vaga tra Palermo e Roma in attesa di brillare.
Ha l’addome a forma di otre, una parlata stramba che sembra l’imitazione di Friscia che interpreta il contadino che vende ricotta, e si ciba di cannoli e pesciolini fritti.
Si chiama Totò Cuffaro.
Totò, da quando è stato condannato in primo grado per favoreggiamento semplice, inibito dai pubblici uffici, sbertucciato e costretto a dimettersi da Governatore per anticipare il decreto di sospensione del Consiglio dei Ministri, ha sviluppato una collera biblica nei confronti dei suoi migliori Alleati: Silvio Berlusconi ed il suo pupo (nel senso “tottiano” di pupone, piacione) siciliano Gianfranco Miccichè.
Ha dichiarato una sua personalissima e distruttiva guerra erigendo una insormontabile barricata contro Miccichè.
“Così come lui ha fatto con me, gli consiglio – per il bene della Sicilia – di non candidarsi alla Presidenza della Regione. Da parte mia farò di tutto per impedirglielo.”
Poi, ricordando di essere stato unto con l’olio di un milione e trecentomila voti siciliani, è andato all’attacco del Padrino romano di Miccichè.
“Nessuna confluenza con Berlusconi e Fini. L’Udc deve correre da solo e col proprio simbolo”, mettendo in un angolo Casini, che – già privato dei petali della Rosa Bianca – adesso corre il rischio di perdere l’eccezionale serbatoio di voti di Cuffaro in Sicilia.
Vedremo gli sviluppi..
Certo è che Totò, trasformato in deus ex machina in Sicilia ed in Italia, per quanto nota fosse la sua potenza elettorale, è un fatto inedito, che ancor di più ci fa porre una domanda?
Quale potentissimo e sotterraneo asse vigeva tra Cuffaro e Miccichè? Quali patti di ferro sono stati traditi? A quale parola uno dei contraenti è venuto meno per trasformare Totò da pacioso zù-vasa-vasa in uno tsunami distruttivo?