Uno era soprannominato Sandokan perché andava davanti ai ristoranti all’aperto di Piazza Marina con un finto microfono e un turbante. Cantava la sigla dello sceneggiato con Kadir Bedi. Però cambiando quasi del tutto le parole, mettendone altre di sua invenzione.
Se gli spettatori gradivano, proseguiva con un repertorio dello stesso tipo. Alla fine, però, dimenticava sempre di passare ai tavoli per chiedere un’offerta, e se ne andava a cantare davanti a qualche altro ristorante.
(Roberto Alajmo, Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo, Piccola Biblioteca Oscar Mondatori, 2004, pag. 38)
Tarda serata di una calda domenica di fine luglio. Tavolini della Gelateria Ilardo.
Dopo una domenica trascorsa al mare cosa c’è di meglio che finire la serata dando l’assalto ad un pezzo duro al cioccolato chantilly e panna, spaparanzato al tavolino della “rinomata” Gelateria Ilardo?
L’atmosfera è da bazar tunisino.
Bancarelle che vendono cornicette ed immaginette della Santuzza e di Padre Pio (che, anche se siamo in tempo di Festino ed in area “controllata” da S.Rosalia, ha sempre il suo bel diritto di cittadinanza e ci fa la sua figura!), collanine, fiori secchi e quadri stile etno-Africa buoni per i nostri arredamenti tipo Aiazzone (quelli che con duemila “leuri” ti arredo tutta casa e per i prossimi due anni – giusto il tempo di dilatarti di un paio di chili e stinnicchiandoti sul divano della cucina sconocchiarlo malamente – sei a posto).
In mezzo a tutto questo casino, improvvisamente si materializza lui: Sandokan!
Ora a Palermo, nonostante lo sconfinato successo che ebbe all’epoca lo sceneggiato tv, nessuno sentendo parlare di Sandokan pensa a Kadir Bedi circondato dai leprotti di Monpracen e da quel gran pezzo di… della Perla di Labuan. Il pensiero va a lui, al ragazzone ben pasciuto, con i capelli raccolti “a trizza”, lordo al punto giusto come se stesse uscendo da un altopiano indiano, che si aggira tra i tavoli dei locali della zona Piazza Marina-Foro Italico, martoriando canzoni con il tono improbabile della sua voce, smozzicando frasi ed improvvisando testi che non ricorda.
Si presenta, concedendo un tributo alla tecnologia, con un megafono che amplifica i suoi sbaferi.
Esordisce con una breve citazione della sigla del Sandokan televisivo, giusto per pubblicizzare il suo logo e poi attacca con un repertorio nazional-popolar-napoletano (Gigi d’Alessio, Gianni Celeste e compagnia cantando).
Dal fondo dei tavoli si ode una voce: “Giovanni, facci Anema e core”. Al quale ribatte sdegnoso: “Un sugnu Giovanni! Io sugnu S-A-N-D-O-K-A-N!”
E si nega, come una primadonna bizzosa, alla richiesta.
Dopo averci allietato per una buona decina di minuti (se non altro non si può dire che si nega al suo pubblico) il colpo di scena!
Gira tra i tavoli sventolando sotto il naso dei clienti un piattino. Sandokan a caccia di monetine? Ma Roberto Alajmo nel suo “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo” non aveva scritto…
Non c’è più mondo. Pure i pilastri della palermitudine si sono dati alla quantificazione monetaria del loro talento.
Lo dovevo immaginare. La citazione letteraria e la conseguente esposizione nazionale hanno indotto il Sandokan di casa nostra a tradurre in denaro sonante l’acquisita notorietà. Magari sarà entrato nella scuderia di un Lele Mora della Kalsa, che pianifica le sue esibizioni ed riarrangia il repertorio. Anche perché il Nostro sarà pure “pazzo” (quanto basta per ritagliarsi un ruolo nel libro di Alajmo) ma mica “scemo”!