giovedì, 31 maggio 2007
La notizia è proprio da sballo.
Interrompete le vostre faccende quotidiane, sedetevi sul divano, fate un respiro profondo aspirando a narici aperte.
Vengo al dunque. Una documentatissima ricerca condotta non da pinco pallini qualsiasi ma dai ricercatori del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) afferma che nell’atmosfera di Roma c’è cocaina in sospensione.
Assieme al monossidodo di carbonio, al benzene, agli idrocarburi, l’aria della capitale è appestata di cocaina.
La ricerca rivela che la concentazione di “polvere bianca” nell’atmosfera romana è di 0,1 nanogrammi per metro cubo: solo 5 volte meno del limite stabilito dalla legge per il benzopirene, sostanza riconosciuta a livello internazionale come ampiamente tossica.
Sarebbe interessante una analoga ricerca sui cieli palermitani. Che so: piazza Politeama, viale Strasburgo, villa Sperlinga, etc.
Dimenticavo. Sapete qual è il quartiere romano a maggior concentrazione aerea di cocaina? Il quartiere universitario di San Lorenzo.
Che dire? Già immagino i comunicati della Polstrada "Sul Grande Raccordo Anulare incolonnamenti chilometrici di pullman granturismo, tir e veicoli d’ogni tipo, provenienti da tutta Italia. Istituiti dalle Ferrovie dello Stato un centinaio di treni speciali diretti verso la capitale".
Ed il TG1: "La Città Eterna invasa da migliaia di fricchettoni, colletti bianchi, insospettabili professionisti, massaie di Voghera".
Ed il canale satellitare Uninettuno: "Decuplicate le iscrizioni al polo universitario della Sapienza".
E’ questa la scienza che vogliamo: al servizio del cittadino!
La notizia, ovviamente, è stata ripresa da tutti i giornali.
Con soddisfazione possiamo affermare che la stampa non pubblica solo cattive notizie.
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mercoledì, 30 maggio 2007

A proposito del post di lunedì 28 maggio "Le convinzioni e le reticenti verità di Adriano Sofri". La tanto sollecitata "seconda puntata" è arrivata. E' possibile leggerla a questo link: http://www.wittgenstein.it/post/20070529_42458.html

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martedì, 29 maggio 2007
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall'alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
                               (Patrizia Cavalli)
 
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categoria:poesia
martedì, 29 maggio 2007
Tra le cose che mi propongo di fare c’è la visita alla Fossa della Garofala, che viene descritto come uno dei più importanti luoghi della storia antica di Palermo.
E’ una vasta area verde dove si trovava la fonte del torrente Kemonia e che racchiude specialità arboree pregiate, vestigia architettoniche ed ipogei.
Il recupero è stato curato dalla facoltà di Agraria dell’Università di Palermo
Rimandiamo all'articolo di Ateneonline: http://www.ateneonline-aol.it/070525_criz2.php per informazioni più dettagliate e per il contatto telefonico per prenotare le visite guidate.
Un solo appunto. Le visite si effettuano il martedì e giovedì alle 9,30.
Una considerazione sorge spontanea: “Azz...m’appigghiari un jornu di ferie io e unu me mugghieri pi virilla”
 
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lunedì, 28 maggio 2007
 
Il quotidiano “Il Foglio” di sabato 26 maggio ospita un lungo articolo di Adriano Sofri. Un'approfondita riflessione, in forma di lettera ad un immaginario giovane tentato dal percorrere la strada senza sbocco del terrorismo, sugli oscuri anni di piombo, la stagione delle stragi, lo scontro duro tra l’estrema sinistra e lo Stato, l’eccidio di piazza Fontana, la morte dell’anarchico Pinelli e l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Ciò nei giorni in cui il figlio del commissario Calabresi, Mario, giornalista di Repubblica, all’epoca dei fatti un bambino di due anni, ha pubblicato “Spingendo la notte più in là”, storia della sua famiglia devastata dalla furia terrorista e nei giorni in cui il comune di Milano ha scoperto una lapide commemorativa in ricordo del 35° anniversario dell’omicidio.
 
Le riflessioni di Sofri sono inquietanti. Le sue convinzioni non sembrano essere state intaccate dal trascorrere degli anni nè sfiorate da dubbi nè revisioni.
 
Sofri si domanda: ”Luigi Calabresi era un fedele servitore dello stato, come recitano oggi le lapidi? Sì. Ma di quale stato? A quale fedeltà è stato tenuto o indotto? Qui non posso avere la stessa convinzione di sua moglie o dei suoi figli, benché mi dispiace terribilmente di ferirne i sentimenti. Quello stato era fazioso e pronto ad umiliare e violentare”.
E poi una frase di inaudita gravità: “Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”.
Ed ancora: “Nella primavera del 1969 ci fu una sequela di attentati a Milano. Erano fascisti, e delle stesse mani che avrebbero colpito all’ingrosso il 12 dicembre, a piazza Fontana. Furono accusati e incarcerati anarchici e persone di sinistra.
Di quella indagine Calabresi fu dei principali autori.
Per convinzione della colpevolezza degli anarchici, per fedeltà allo stato, per ambedue le ragioni, o per una sola? Il 12 dicembre fu il perfezionamento di quella vicissitudine, e lo stato, Roma e il questore Guida, vollero l’anarchico colpevole, e toccò a Pietro Valpreda, e per sovrappiù a Pino Pinelli.
Perché Pinelli? Perché viene tenuto per tre giorni, illegalmente (il vicequestore Allegra fu solo amnistiato per questo reato)?  Perché si dice di lui, perfino dopo lo schianto, che si è riconosciuto colpevole, che ha gridato: “E’ la fine dell’anarchia”, che è stato schiacciato dalle prove? D’Ambrosio ha giudicato che Calabresi fosse uscito dal suo ufficio. Bene….Calabresi era fuori dalla stanza, a far firmare i verbali.
E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? i cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola?
… Quello stato che abbandonò Calabresi durante il linciaggio di cui noi fummo la punta avanzata, dovette garantirsi bene della fedeltà degli altri quattro.
E poi la sequenza dei processi, la ricusazione di un giudice colpevolista, le omertà…”.
 
Parole pesanti.
 
Sulla responsabilità dello Stato nella elaborazione e nella gestione della strategia della tensione, sulla morte del povero Pinelli (una litania del tempo recitava: il ferroviere Pino Pinelli che entrò innocente in un ufficio al quarto piano della Questura di Milano e ne uscì dalla finestra il 15 dicembre 1969) e sulle quelle politico-morali del commissario Luigi Calabresi, il Sofri – esempio, bisogna ammetterlo, di coerenza portato al sacrificio – rimane fermamente convinto.
Ne avrà le sue motivazioni.
Del resto, in questa Italia, in cui nessuno sconta un lungo periodo di carcere per i delitti più efferati, è vera l’affermazione che  “…se avessi detto che ero colpevole, che ero il mandante di un omicidio, non avrei trascorso un’ora in galera”.  Tutto vero: nulla da eccepire.
Quello che a noi inquieta sono le affermazioni, forti, sul tentativo di coinvolgere Lotta Continua in operazioni “sporche”, da parte di “alti esponenti” dello Stato, magari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Ci piacerebbe che su questo punto ci si soffermasse e venissero fatti i nomi, i cognomi e le circostanze.
E’ tempo che si squarcino i veli su quegli anni. Per chiarezza. Per amore di comprensione. Magari anche per la Storia.
 
A tale proposito condivido quanto affermato, sulle colonne del Corriere della Sera, dallo scrittore napoletano Erri De Luca,  protagonista della stagione di Lotta Continua: “Gli esponenti dello Stato si prendevano delle libertà illegali gigantesche, comprese le stragi. Ma mi sorprende che Sofri tiri fuori un'informazione del genere soltanto adesso e senza circostanziarla. Spero quindi in una seconda puntata che ci consenta di conoscere i dettagli. Non intendo criticare Sofri, perché mi risulta che è ancora prigioniero e non voglio polemizzare con una persona che si trova in una condizione di inferiorità civile rispetto a me. Però la sua rivelazione è molto strana: per come agivano gli esponenti dello Stato in quegli anni, credo avessero personale in abbondanza per sbrigare faccende sporche, senza chiedere la collaborazione di un gruppo come Lotta Continua, che peraltro operava alla luce del sole e non in clandestinità”.
Anche noi rimaniamo in attesa di una seconda puntata.
 
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lunedì, 28 maggio 2007

Con viva emozione apprendiamo dal blog Rosalio che l'Avatar ha festeggiato la riconferma con una bella festa all’ex deposito delle locomotive a Sant’Erasmo e questa, raggifurata sotto, è la torta celebrativa:

tasc-torta 

 

 

 

 

 

Fine della notizia!

Un paio di considerazioni:

la torta esteticamente è orrenda. Non fatemi sapere il nome del decoratore perchè, in genere, specie quando mi "acconzo", sono carino ma quando perdo la pazienza divento brutto! 

Qualcuno l'ha definita "tascia". E' probabilmente il prototipo di una nuova specialità: la tasc-torte.

Seconda e meno rilevante considerazione: cosa ci azzecca Coso con la Palermo Calcio e ancor meno con il Foro Italico? Che si tratti dell'ennesimo pratica di millantato credito che il nostro Amato ha elevato a sistema?

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martedì, 22 maggio 2007
Dove eravamo rimasti?
Il tempo di rialzarsi dopo una rovinosa scivolata, sistemarsi la giacchetta stropicciata, spazzare con un vigoroso gesto della mano la terra e la polvere che vi si sono appiccicati addosso e si ricomincia.
Sono i normali sgambetti che ci riserva la Vita, ai quali - per qualche misteriosa regola dell’Universo - pensavi di essere immune.
Questa volta, incredibilmente, è toccata a me. E la cosa mi lascia stranito, incredulo, quasi offeso, tradito.
E mi sorprendo che la cosa appaia assolutamente naturale agli amici, ai conoscenti, ai colleghi che mi avvicinano rivolgendomi una breve frase di circostanza.
Li scruto, li studio alla ricerca di una sorpresa che non colgo nelle loro espressioni e nei loro gesti.
E va bene.
Si dice che la vita continua: ed è vero.
La routine di tutti i giorni non può più attendere: la famiglia, il lavoro, la casa ci reclamano.
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giovedì, 17 maggio 2007
Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

(G. Ungaretti)

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categoria:poesia
lunedì, 14 maggio 2007
Le prime proiezioni danno in netto vantaggio l’Avatar, il Grande Assente, i sorrisi a 32 denti, il tennis, gli happy hour,  gli squali, i pescecani, gli affaristi, i potenti, i senza speranza presi-per-le-chiappe, gli lsu disperati-incazzati-ricattati, il precariato, la violenza, l’incuria, l’inciviltà, l’arroganza, la prevaricazione.
Tutto ciò per il bene nostro e della nostra amatissima città: VIVA PALERMO E VIVA S.ROSALIA!!!!
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venerdì, 11 maggio 2007
“Repubblica” nei giorni scorsi ha pubblicato l’orazione funebre di David Grossman in memoria del figlio Uri, ucciso da una bomba anticarro sul fronte di guerra libanese.
 
David Grossman, assieme ad Amos Oz e Abraham Yehoshua, fa parte di quella cerchia ristretta di scrittori israeliani che hanno conquistato una notorietà internazionale.
Dalle pagine dei suoi libri e dalle colonne dei giornali più influenti ha raccontato la tragedia dei popoli israeliano e palestinese, che convivono con l’idea della morte e con uno stato di perenne conflitto profondamente radicato nella vita quotidiana.
A questi temi ed all’idea della pace come unica soluzione, ha dedicato la sua vita di intellettuale.
In una intervista ha dichiarato: “Scrivo storie d’amore perché ho…bisogno di crearmi attorno un mondo di affetti. E’ il mio modo di astrarmi dalla follia e dalla guerra. Scrivere diventa un rifugio dalla violenza e dalla morte che entra in ogni momento della mia vita. Sento il bisogno di parlare di ciò che ci è stato tolto: la normalità, il senso della vita, i sentimenti. Le mie invenzioni diventano la mia realtà. Sono nello stesso tempo ebreo e palestinese, cane e bambino. Assumo tante identità senza rinunciare alla mia...”
 
E’ un documento di tragica e magnifica bellezza. Ne riporto un ampio stralcio.
Perché?
Perché se questo blog è un po’ come la mia polverosissima libreria ed i post pubblicati come i libri, i fogli di giornale, le riviste, gli appunti che si vanno accatastando senza un ordine apparente negli scaffali, mi piace pensare che - ogni tanto – spolverando o cercando di mettere un po’ d’ordine in tanto caos, possa riprendere tra le mani questa lettera, sedermi sul divano e rivivere la stessa struggente commozione che ho provato quando l’ho letta la prima volta.
 
 
 
Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con "non".
Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell'umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall'appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l'assennatezza del suo cuore.

Non ci sarà l'infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpsons o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante. Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene.

Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l'hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé.
Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l'intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell'amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano.

E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh sì, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare.
Eri il "sinistroide" del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua "politica dei posti di blocco", perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c'era un bambino nell'auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l'età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi.

Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua "sindrome di Elifelet". Avevamo molta paura che, come l'Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo a offrirti volontario per portare il rifornimento-di-munizioni-esaurite-da-tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell'altro c'era una situazione più difficile.

Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per la mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l'onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me.
Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te.

In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l'abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall'amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l'illimitato sostegno.
Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. È forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all'ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi.

Vorrei dire ancora qualche parola.

Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è "tosto" avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia.

Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l'uno che l'altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra.

Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva e faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell'anima.
Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue "trovate". Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu e i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: "Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra".

O un'altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: "Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c'è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!".

O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: "Dì un po', i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?". O ancora, una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: "Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell'unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?"
Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere "gli ufficiali civici". Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita.
Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l'abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto, ha detto: "Ma noi vivremo, vero? Vivremo come prima. Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra." Noi l'abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: che terzetto stupendo eravamo, Yonatan, Uri e io.

E siete davvero stupendi. E anche le coppie all'interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli ma amici, nel cuore e nell'anima. Avevate un mondo vostro e un vostro linguaggio privato e un vostro senso dell'umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell'anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all'Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi.

La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore - "Neshuma", lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima - e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell'esercito che ci seguono con apprensione e affetto.
E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava - di vita, di vigore, di innocenza e di amore - era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l'astro che la produceva si è spento.
Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

Papà, mamma, Yonatan e Ruti.

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