Il quotidiano “Il Foglio” di sabato 26 maggio ospita un lungo articolo di Adriano Sofri. Un'approfondita riflessione, in forma di lettera ad un immaginario giovane tentato dal percorrere la strada senza sbocco del terrorismo, sugli oscuri anni di piombo, la stagione delle stragi, lo scontro duro tra l’estrema sinistra e lo Stato, l’eccidio di piazza Fontana, la morte dell’anarchico Pinelli e l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Ciò nei giorni in cui il figlio del commissario Calabresi, Mario, giornalista di Repubblica, all’epoca dei fatti un bambino di due anni, ha pubblicato “Spingendo la notte più in là”, storia della sua famiglia devastata dalla furia terrorista e nei giorni in cui il comune di Milano ha scoperto una lapide commemorativa in ricordo del 35° anniversario dell’omicidio.
Le riflessioni di Sofri sono inquietanti. Le sue convinzioni non sembrano essere state intaccate dal trascorrere degli anni nè sfiorate da dubbi nè revisioni.
Sofri si domanda: ”Luigi Calabresi era un fedele servitore dello stato, come recitano oggi le lapidi? Sì. Ma di quale stato? A quale fedeltà è stato tenuto o indotto? Qui non posso avere la stessa convinzione di sua moglie o dei suoi figli, benché mi dispiace terribilmente di ferirne i sentimenti. Quello stato era fazioso e pronto ad umiliare e violentare”.
E poi una frase di inaudita gravità: “Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”.
Ed ancora: “Nella primavera del 1969 ci fu una sequela di attentati a Milano. Erano fascisti, e delle stesse mani che avrebbero colpito all’ingrosso il 12 dicembre, a piazza Fontana. Furono accusati e incarcerati anarchici e persone di sinistra.
Di quella indagine Calabresi fu dei principali autori.
Per convinzione della colpevolezza degli anarchici, per fedeltà allo stato, per ambedue le ragioni, o per una sola? Il 12 dicembre fu il perfezionamento di quella vicissitudine, e lo stato, Roma e il questore Guida, vollero l’anarchico colpevole, e toccò a Pietro Valpreda, e per sovrappiù a Pino Pinelli.
Perché Pinelli? Perché viene tenuto per tre giorni, illegalmente (il vicequestore Allegra fu solo amnistiato per questo reato)? Perché si dice di lui, perfino dopo lo schianto, che si è riconosciuto colpevole, che ha gridato: “E’ la fine dell’anarchia”, che è stato schiacciato dalle prove? D’Ambrosio ha giudicato che Calabresi fosse uscito dal suo ufficio. Bene….Calabresi era fuori dalla stanza, a far firmare i verbali.
E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? i cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola?
… Quello stato che abbandonò Calabresi durante il linciaggio di cui noi fummo la punta avanzata, dovette garantirsi bene della fedeltà degli altri quattro.
E poi la sequenza dei processi, la ricusazione di un giudice colpevolista, le omertà…”.
Parole pesanti.
Sulla responsabilità dello Stato nella elaborazione e nella gestione della strategia della tensione, sulla morte del povero Pinelli (una litania del tempo recitava: il ferroviere Pino Pinelli che entrò innocente in un ufficio al quarto piano della Questura di Milano e ne uscì dalla finestra il 15 dicembre 1969) e sulle quelle politico-morali del commissario Luigi Calabresi, il Sofri – esempio, bisogna ammetterlo, di coerenza portato al sacrificio – rimane fermamente convinto.
Ne avrà le sue motivazioni.
Del resto, in questa Italia, in cui nessuno sconta un lungo periodo di carcere per i delitti più efferati, è vera l’affermazione che “…se avessi detto che ero colpevole, che ero il mandante di un omicidio, non avrei trascorso un’ora in galera”. Tutto vero: nulla da eccepire.
Quello che a noi inquieta sono le affermazioni, forti, sul tentativo di coinvolgere Lotta Continua in operazioni “sporche”, da parte di “alti esponenti” dello Stato, magari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Ci piacerebbe che su questo punto ci si soffermasse e venissero fatti i nomi, i cognomi e le circostanze.
E’ tempo che si squarcino i veli su quegli anni. Per chiarezza. Per amore di comprensione. Magari anche per la Storia.
A tale proposito condivido quanto affermato, sulle colonne del Corriere della Sera, dallo scrittore napoletano Erri De Luca, protagonista della stagione di Lotta Continua: “Gli esponenti dello Stato si prendevano delle libertà illegali gigantesche, comprese le stragi. Ma mi sorprende che Sofri tiri fuori un'informazione del genere soltanto adesso e senza circostanziarla. Spero quindi in una seconda puntata che ci consenta di conoscere i dettagli. Non intendo criticare Sofri, perché mi risulta che è ancora prigioniero e non voglio polemizzare con una persona che si trova in una condizione di inferiorità civile rispetto a me. Però la sua rivelazione è molto strana: per come agivano gli esponenti dello Stato in quegli anni, credo avessero personale in abbondanza per sbrigare faccende sporche, senza chiedere la collaborazione di un gruppo come Lotta Continua, che peraltro operava alla luce del sole e non in clandestinità”.
Anche noi rimaniamo in attesa di una seconda puntata.